La Civiltà Contadina

a Rocca d'arce

 

    La Ciociaria e in particolar modo Roccadarce, è ancora molto radicata al suo passato per quanto riguarda le Feste e le Sagre. Bisogna tener presente che prima dell’avvento del cristianesimo, in queste terre il paganesimo era entrato capillarmente nelle popolazioni con le sue usanze e i suoi riti e, i Vescovi e i parroci dovettero faticare non poco per cercare di riconvertirli al cattolicesimo; ma senza però, come possiamo vedere ancora oggi, riuscirci del tutto.

    L’unicità di un Paese può ritrovarsi ancora oggi nelle credenze magico-religiose, nei fatti di superstizione, nei fenomeni naturali a volte inspiegabili, nelle devozioni collettive ai limiti del parossismo, nei detti, nei proverbi popolari e nelle nenie. Le tracce del passato paganesimo le possiamo vedere ancora oggi in persone che ancora credono nella superstizione, nella magia e nella medicina popolare e approssimativa. Tra le credenze che ancora sporadicamente si possono trovare, ci sono quelle sui fantasmi, sugli gli spiriti, sulle streghe e sui lupi mannari.

    I fantasmi ad esempio nelle credenze si dice che potevano essere visti solo da quelli che, durante la cerimonia del loro battesimo, fosse stato fatto qualche errore da parte del parroco. Per le streghe, si riteneva che potevano entrare in casa e fare danni, allora si usava mettere dietro la porta, dei sacchetti di sale o grano, la scopa di saggina ecc., con la funzione di impedirne l’ingresso; se cadeva per terra dell’olio era un brutto presagio per se e per la famiglia, come pure la rottura di uno specchio. I “lupi mannari” erano nell’immaginario collettivo, si può dire, fino a non molto tempo fa (e ancora adesso qualche persona ne parla...), essi erano rappresentati come degli uomini tutti ricoperti di peli, con le unghia lunghe e che se potevano, scappavano per non rivelare la loro identità ma, se messi allo stretto attaccavano con morsi e unghiate spinti da una forza soprannaturale.

    Per quanto riguarda i rimedi popolari alle malattie ce n’erano alcuni forse un po’ grossolani ma male non facevano, anzi. Per curare la tosse e il raffreddore veniva fatta bere la famosa “cotta” (vino bollito fino a far evaporare quasi tutta l’acqua e l’alcool); così come un mattone di terracotta riscaldato e messo in mezzo ad un panno di lana se posizionato sul petto era salutare per il catarro ed emolliente per la tosse. Se in un luogo c’era stato un omicidio, esso doveva essere benedetto entro ventiquattro ore altrimenti quel posto diventava luogo di fantastiche “presenze ultraterrene”.

    Le musiche facevano parte di certi momenti particolari della giornata, c’erano musiche da cantare durante i lavori nei campi, una specie di nenia o cantilena che serviva a rendere meno monotono il lavoro; c’erano invece le musiche che segnavano la fine della raccolta del grano, la fine della trebbiatura, della vendemmia, esse si svolgevano quasi sempre nella classica aia presente in quasi tutte le case contadine (l’aia aveva però un altro scopo, infatti serviva per la cernita del grano, per il granturco ecc), e andavano avanti per tutta la notte. Gli strumenti usati nelle serate danzanti erano in prevalenza l’organetto, l’armonica a bocca, a volte la fisarmonica e il tamburello con cui si suonavano i classici: saltarelli, la quadriglie, danze dei nastri e la tarantelle. Il saltarello si faceva a coppie o in gruppi di più persone, tenendosi uniti per le braccia passate sulle spalle e, avendo il corpo curvo in avanti si effettuavano dei cerchi sempre più larghi e veloci; in mezzo, un uomo che faceva dei salti sempre più alti, perchè l’altezza del salto auspicava la crescita maggiore dei raccolti.

    Un altra usanza di quei tempi erano le nozze, esse erano precedute dalla classica serenata, combinata di solito, dal compare; lo strumento che accompagnava la serenata era l’organetto se lo sposo era contadino, o la chitarra se artigiano. A fine serenata il fidanzato entrava nella casa della sposa per concordare con i futuri suoceri la data dello sposalizio; il giorno del matrimonio, dopo la funzione religiosa, si andava a casa di uno dei genitori e si mangiava in base alle possibilità che la famiglia aveva ma, di solito, quello che non mancava mai in questi pranzi erano i “maccaruni” (pasta all’uovo tagliata finemente a mano con il sugo di carne).

    Ma oggi Roccadarce è un luogo di prodotti genuini, basati anche sulla cucina povera di un tempo; in alcune case ancora si trovano donne che producono il pane e lo cuociono nel forno a legna; si usa fare il maiale, il pollo cresciuto allo stato brado, le pecore, le capre, l’abbacchio, il formaggio e i prodotti ortofrutticoli coltivati con concime biologico. Grande la qualità dell’olio extravergine con estrazione a freddo delle nostre colline (non esiste famiglia in campagna che non abbia piante di olivo), del vino, fatto talvolta, con vitigni autoctoni.

    Roccadarce non si potrà mai ben rappresentare con le parole, perché se non si visita non si potranno mai sentire i gusti forti e gli aromi particolarissimi delle giornate di raccolta dell’uva, dei sapori dei dolci locali a base di mandorle, noci e strutto; non si saprà mai cogliere l’aria di festa che le nostre sagre di pasta e fagioli sanno dare, non si respirerà mai l’aria di collina pura e non inquinata di smog o fabbriche, non si potrà mai capire...